
| A scinduta dei forgi |
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Chiamata nel 1809 discesa S. Rocchello (l'attuale Chiesa di S. Rocco era proprio la Chiesa di S. Rocchello) e, successivamente, discesa Gradoni. In questa arteria erano situate non solo le botteghe artigiane del ferro e quelle dei maniscalchi, ma anche i piccoli commerci collegati alla specifica attività.
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| A scinduta dei gucceri |
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Via Giovanni Jannoni (già via Umberto) che, per il popolo catanzarese, è ancora oggi a scinduta dei gucceri. È ancora il Rohlfs a ricordare come tale denominazione si rifaccia al siciliano vucceria, vale a dire macello; ma è anche intuibile la comune origine araba del toponimo. Dissente il Patari che così ne descrive attività ed origini:1120 settembre 1870, quando Roma divenne capitale d'ltalia questa via, tra le più movimentate della nostra Catanzaro, fu ribattezzata Discesa Principe Umberto mentre prima dal popolo veniva chiamata, e la si chiama ancora, a scinduta dei gucceri, cioè la discesa dei macellai, dal francese boucherie, macelleria. In questa discesa avevano bottega quasi tutti i venditori di carne fresca macellata ed ancora vi erano botteghe nelle quali nei mesi di inverno presso l'uscio si ammiravano le ampie caldaie in cui bollivano le cotenne, le costolette, le zampe, i musi, le orecchie dei maiali poderosi e le piatte e grasse scodelle dove fumava il saporoso suffrittu.... in questa scinduta erano in due ampi bassi.... due presepi moventi, u prisebbiu cchi si motica, gestiti uno dai fratelli Piraino, l'altro dai fratelli Chiricò.
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| Coculi |
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Veniva chiamata i coculi la piazzetta da cui si diramano, nel centro storico cittadino, via Burza, via De Grazia e via Monte, oltre che una rete di vicoli e vicoletti che ne garantivano il migliore accesso. Solo nel 1812, con l'impianto del catasto descrittivo, que sto piccolo largo venne chiamato Piazza Vecchia, per divenire poi l'attuale Piazza Larussa. Il Rohlfs ricorda che coculi avevano il significato di ciottoli, piccole pietre, acciottolato e tanto richiamerebbe l'originario selciato della piazza, simile, peraltro, a quello di altre vie catanzaresi sino alla fine dell'800. Altri, invece, ricordando il mercato alimentare e le numerose botteghe che si affacciavano sulla piazza, ritiene che per coculi dovessero intendersi le particolari merci in vendita, soprattutto frutta, uova, noci e nocciole.
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| Filanda |
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Via Filanda, rione Maddalena, da via Discesa Filanda ad accorciatoia Filanda. E' uno dei pochi toponimi che assieme a discesa Filanda, accorciatoia Filanda, vico dell'Onda, via Gelso Bianco ricordano quell'arte della Seta che costituì, per usare le parole che si leggono nei «Capituli, ordinationi et Statuti» dell'8 maggio 1969, «una delle Nobiltà di questa città di Catanzaro». In origine la zona era denominata San Nicola Malacinadi dal nome della Chiesa parrocchiale che vi sorgeva. Scrive il Gariano: «da San Rocco scendendo verso la Porta Marina e poi montando a dritta si incontra la Chiesa di San Nicola Malacinadi edificata da Coracitano Malacinadi». In Catanzaro altre quattro chiese erano consacrate a San Nicola e precisamente: San Nicola di Morano (che è l'attuale Chiesa di S. Nicola in via Spasari), San Nicola Favatà, San Nicola Pitinto «edificata dai greci», San Nicola di Pezzano (nella zona di S. Leonardo). Il D'Amato ricorda che San Nicola di Favatà era detto anche San Nicola delle donne «la frequenza delle quali diede il nome» e distingue S. Nicola Coracitano da San Nicola Malacinadi. Prese il nome di Filanda da quando il setaiolo Primocerio vi costruì un filatoio.
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| Fontana Vecchia |
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Via Fontana Vecchia, già Fuoriporti, rione Milano, da via A. Turco a burrone. Nell'elencare le acque che sgorgano nei dintorni della città il Gariani scrive: «la seconda è quella di juso (giuso) ed è la migliore per la bontà delle acque; fatta nel suindicato dal dottor Antonio Mele nell'anno del Signore 1502». De Lorenzis: «la seconda fontana posta nel monte Pazzano poco distante da quella indicata prese il nome di fontana di juso e fu migliorata e rinnovata nel 1502 dal Sindaco Antonio Mele. Successivamente questa fontana prese il nome di Fontana Vecchia e risulta riattata nel 1788 e successivamente ancora a cura di don Cesare Parincola nel 1799. Questa fontana diede il nome alla strada di accesso che ancora oggi è denominata via Fontana Vecchia».
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| Grecìa |
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Via Grecìa (rione Grecìa da Vico 3° Gelso Bianco a Vico Grecìa) ed alcuni vicoli e vicoletti Grecìa. E' il più antico rione della città. Scrive il D'Amato «in questi tempi cominciano a declinare i Greci nelle città in modo che fra pochi anni cedendo quasi che tutta quella ai latini si ridussero in quell'angolo estremo che oggi appellasi Grecìa. Secondo il De Nobili l'origine greca di Catanzaro sarebbe comprovata «dal nome di Grecìa che tuttora si conserva in un rione nostro, dalla pronunzia dorica che si ritrova per alcune parole in bocca agli abitanti di detto rione...». L'origine bizantina del rione è accolta da Isnardi: «rioni dai bei nomi umilmente significativi: la Grecìa con le sue rustiche basse casette, abitate da agricoltori, ove fu il nucleo più antico della primitiva città bizantina, il Carmine e il paesello e il Fondachello a levante e a mezzogiorno. Lo Zingarello, la Filanda, il Pianicello, la Maddalena a ponente». Luigi Settembrini mentre era detenuto nell'ergastolo borbonico di Santo Stefano scrisse un breve saggio sulla «origine della città di Catanzaro», nel quale con molta poesia, suggerì: «dico a mò di congettura che la contrada detta ora Grecìa o Gricìa non sia stata così chiamata dai greci di Flagizio che l'abitarono ma sia stata una piccola villa o terricciola di origine greca esistente assai prima della venuta di Flagizio e detta, la dolce. E penso che questo caro nome le sia stato dato dai primi abitatori o perché dolce cosa è la Patria o perché ella è posta in parte quieta e riparata dai venti o perché videro anche essi la vaga prospettiva che pareva loro non solo florida ma dolce, o, finalmente, per tutte queste ragioni riunite». La spiegazione del Rohfls per cui il nome Grecìa (che si ritrova anche in altri paesi calabresi) sarebbe ad indicare rioni abitati da popolazioni di origine albanese non è riferibile alla Grecìa di Catanzaro. Né d'altra parte il nome Grecìa può servire a sostenere la tesi, ormai del tutto abbandonata secondo la quale Catanzaro sarebbe una città della Magna Grecia.
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| Piazza Mercanti |
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Oggi Piazza Grimaldi. Su di essa si affacciavano i più importanti esercizi commerciali della Città (oltre che ristoranti, caffè, alberghi) e su cui si contrattavano merci e forniture varie. Come ebbe a scrivere Luise Gariano:questa piazza fu il palcoscenico della vita catanzarese e vide i mercanti ed i setaioli, gli uomini d'armi e quelli di toga, i forestieri e la gente del contado, i patrizi ed i poveri che accorrevano al Monte di Pietà; la piazza dove per secoli il popolo di Catanzaro visse feste e spettacoli, sommosse e tumulti, parate e processioni, comizi e quaresimali. E la sua importanza nella vita commerciale cittadina, ce la ricorda egregiamente Enzo Zimatore nel suo apprezzato studio sulla toponomastica cittadina: nacque al centro della antica cerchia, quasi ad eguale distanza dalla Porta di Terra e dalla Porta Granara, con la spontaneità che caratterizzava l'urbanistica medioevale. Allora la città era ricca di orti e di giardini, di ripide timpe e di spazi incolti; ma attorno alla piazza si addensavano le case, le botteghe, i banchi. A poche diecine di metri si apriva il largo di San Francesco dove sorgevano la Chiesa di San Francesco d'Assisi (ora Basilica dell’Immacolata), il convento dei francescani, la nobile Chiesa del Gesù, il convento dei Gesuiti, il Palazzo della Regia Udienza. Questo era il cuore della città. Fu detta per molti anni Piazza dei Mercanti perchè in essa si esponevano le mercanzie, si trattavano gli affari, si concludevano i contratti secondo l'antica consuetudine catanzarese, stringendosi la mano e dicendo: chissa è fida. Ancora oggi uno dei vicoli che da essa si dipartono ha il nome di vico dei Mercanti. Nella piazza sboccavano la via degli Scarpari, la salita delle Guccerie ove avevano bottega i macellai e che poi fu detta del,e Chianche, la via degli Orefici, la via della Piazza, ed alcuni vicoletti che la congiungevano alle Cocole e nei quali ancora al tempo di Giovanni Patari le floride pacchiane di Gagliano e di Tiriolo si fermavano per vendere le uova e le ricotte, il formaggio, la farina di castagne, i lupini. Alla fine dell'800 la piazza divenne il modesto salotto della città e, nei pomeriggi della domenica, quando la banda suonava in piazza, i catanzaresi assistevano al concerto seduti ai tavoli di marmo del Gran Caffè Portotì, ricco di specchiere dorate, di cristalli e di velluti, o affacciati ai balconi del Circolo dei Cacciatori e del Circolo dei Filodrammatici. Arricchivano la piazza le vetrine della salumeria Proto, l'elegante magazzino di don Peppino Cristallo (che ancora oggi conserva il suo arredamento Liberty) il negozio di Pileggi già La Viola, l'Armeria Pilò celebre in tutta la Calabria, il caffè Laratta, la farmacia Maraziti. Quando era già finito il caffè Portotì, sulla piazza si affacciò con i suoi tavolini e la sua orchestrina, il caffè dei fratelli Ascenti, raffinata dinastia di pasticceri venuta a Catanzaro dalla provincia di Reggio
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| Porta Marina |
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Discesa Porta di Mare già Bellavista, rione Maddalena, da via F. De Seta a Gradoni Porta Marina, già San Rocco, da corso Mazzini a via Domenico Marincola Pistoia; ed ancora quattro vicoli Gradoni Porta Marina, già San Rocco, tutti nel rione Maddalena. Si legge in Gariani: «la città di Catanzaro tiene sei porte. La prima fu chiamata della Marina ovvero Granara poiché entra per essa tutto il frumento». Ed in D'Amato: «dalla porta prima detta Granara forse perché tutto il frumento per essa entrava, oggi appellata della Marina...». Giuseppe lsnardi ha scritto: «scomparse le mura e con esse le porte delle quali ricordo bene l'ultima, la Porta Granara o di Mare, di un caratteristico e pittorescamente colorito barocco, che fu abbattuta, e meritava di non esserlo, dopo la grande guerra». E Giovanni Patari: «era l'ultima rimasta delle tante porte che la nostra città aveva nell'ampio circuito delle vecchie mura. Quella del vetusto castello dei Ruffo nei pressi della Chiesa di San Giovanni Battista fu la prima fra tutte a venire abbattuta e caddero in seguito quelle di Pratica e di Bellavista. Queste due ultime io le ricordo; le lapide marmoree con la dicitura latina che era sulla porta di Bellavista prima della demolizione, di sapore epicureo per il suo contenuto, venne murata ed ancora oggi si trova sulla facciata del primo piano del palazzo Raffaelli. Porta di Mare... ben ricordo le due maggiori curve di fabbrica massiccia che si ergevano ai lati dell'immane entrata. In alto della porta era in un grande quadrato dipinto un trittico; la Madonna Immacolata di Catanzaro, a sinistra San Rocco perché salvasse la città dalla pestilenza».
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| Via Gelso Bianco |
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Nel XVI secolo venivano qui coltivate le piantagioni di gelso bianco, che offrivano un nutrimento particolarmente pregiato per i bachi e che crescevano rigogliose sia per l'ottima insolazione, sia per l'abbondanza delle acque che attraversano, anche in superficie, la zona.
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| Via Giovanni Vercillo |
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Via Giovanni Vercillo, Rione Osservanza, da via Indipendenza a via Mario Greco. Giovanni Vercillo nacque a Catanzaro l'11 ottobre 1908. Era figlio di avvocato ed il nome della sua famiglia era legato a quello di una delle più importanti banche locali. Studiò a Catanzaro nel liceo Galluppi, si laureò in giurisprudenza nella Università di Roma ed entrò come referendario alla Corte dei Conti. Richiamato alle armi, fu arrestato dai tedeschi il 18 marzo 1943 e fu trucidato, alle fosse Ardeatine, il 23 marzo. Alla sua memoria venne assegnata la medaglia d'oro. Da ragazzo non si era lasciato travolgere dagli esagitati ardori patriottici tanto diffusi tra i giovani della sua generazione. Era intelligente e colto, buono e gentile. Aborriva la violenza, l'intolleranza, il fanatismo. Amava lo studio, il lavoro, la vita serena, le cose semplici. Nessuno avrebbe potuto divinargli una morte da Eroe. Prima, e per oltre 30 anni, la strada era conosciuta come «a sagghiuta 'e Mauru» dal nome di Giovanni Mauro che aveva costruito il palazzo che sorge ad angolo tra via Vercillo e Via Milano. Il Mauro, uomo di popolo, intelligente ed audace aveva svolto in gioventù modesti mestieri. Allo scoppio della guerra 1915-18 egli si lanciò nelle più ardite speculazioni commerciali e, coadiuvato dalla moglie, riusci in breve tempo, ad accumulare una fortuna. Aveva innato il senso degli affari e della pubblicità. Nel carnevale del 1920 (particolarmente vivace come tutte le feste che seguono i periodi di lunga astinenza da ogni divertimento) nel mentre «i signori» lanciavano dai balconi dei palazzi coriandoli, stelle filanti e confetti di gesso al popolo che, festante, si accalcava sul corso, Giovanni Mauro da un balcone di piazza Grimaldi buttava zucchero «a quadretti» che in quel tempo, e specie dopo le lunghe privazioni della guerra, era considerato un vero lusso. E la gente nella piazza si accapigliava per raccogliere lo zucchero gridando «viva don Giuannino».
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| Vico Carbonai |
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Ricorda la produzione di carbone vegetale, con le principali botteghe del prodotto. Fumavano nelle campagne circostanti la Città i tumuli di terra che ricoprivano gli ammassi di legna destinata lentamente a trasformarsi in carbone. Erano quindi asini e muli a trasferire il prodotto nei punti di vendita cittadini e forse ancora oggi qualcuno tra i più anziani ricorda proprio le piccole carovane di asini che risalivano via Pratica e via Circonvallazione trasportando in centro i sacchi di carbone e carbonella.
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| Vico dell'Eco |
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Vico dell'Eco già Mercato, rione Santa Chiara, da Via S. Giovanni Jannoni a senza uscita. «Venne così denominato per una fortissima eco che si sentiva nel sotterraneo dei Teatini. Nel 1693 l'abate Pacichelli parlando di Catanzaro nel suo viaggio in Calabria dice testualmente: «nel sotterraneo umidissimo dei Teatini la voce echeggia a meraviglia». Tale denominazione ebbe sempre quel vico; nel 1795 per tale viene indicato nel documento Blasco nell'Archivio di Stato di Napoli». Il convento dei Teatini sorgeva ove sorge oggi il Palazzo dell'Intendenza di Finanza; la Chiesa di Santa Caterina ove oggi è la Caserma della Polizia. La piazzetta antistante a detta caserma viene ancora oggi comunemente indicata come Santa Caterina.
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| Vico dell'Onda |
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Vico dell'Onda, rione Santa Chiara, da Corso Mazzini a salita Mazzini. «Era detto così perché fu in tale vico che fu impiantato il primo ordegno per sondare la seta».
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| Vurgheddi |
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Era detto i «vurgheddi» il tratto di via XX Settembre compreso tra la scala che sale verso la piazza del Duomo e la discesa Pietraviva. «Via XX Settembre in tempo antico via Vurgheddi per l'acqua che vi stagnava e che proveniva in gran parte da sotto il Duomo. Vurga ha il significato di pozza, pozzanghera, gorgo, gora di acqua morta, palude.
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